venerdì 18 marzo 2016

Coming out, (non solo) un gioco da ragazzi

Clara Gargano con Ilaria Mariani presentano Resti in Famiglia e Let's Come Out, due giochi LGBT.
L'obiettivo è quello di stimolare una riflessione sugli argomenti dell’omosessualità, del coming out e delle dinamiche famigliari tra genitori e figli dopo la “fatidica” rivelazione.

Resti in Famiglia e Let’s Come Out sono il risultato di una ricerca di laurea magistrale nell’ambito del Design della Comunicazione e del Game Design.
Il gioco è un potente mezzo comunicativo capace di veicolare messaggi complessi e di porre le basi per riflettere su argomenti delicati, grazie alla piacevolezza e leggerezza che contraddistinguono l’attività ludica. 




Il “non dirlo a nessuno” è purtroppo una realtà ancora molto (troppo) diffusa – intesa sia come la scelta di un individuo di non esternare il proprio orientamento sessuale, sia come imposizione della famiglia, della società o della cultura, di tenere ben nascosta qualunque inclinazione
non-eteronormativa.
Da qui prendono forma i due progetti Resti in Famiglia
e Let’s Come Out.
In particolare entrambi i giochi si rivolgono alle famiglie ex-eteronormative, con l’obiettivo di stimolare il dialogo e la condivisione tra genitori e figli, così da creare i presupposti necessari all’accettazione dell’omosessualità.
I due giochi sono adatti anche ad essere giocati da uno spettro più ampio di individui di qualunque orientamento sessuale! Attraverso dinamiche semplici e interazioni leggere ma significative, l’utente si sensibilizza alla tematica e acquisisce nuove conoscenze riguardo le questioni LGBT.


A cura di Sara Alessandrello
saralessandrello@gmail.com

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Clara Gargano, in arte “cloro”, 1989 Monza.

Ha studiato all’Accademia di Belle arti di Brera e al Politecnico di Milano.
Espone nella scena brianzola e milanese dal 2008.
Nel 2014 comincia la collaborazione con la casa editrice Montaonda che porta, alla fine dello stesso anno, alla pubblicazione del libro per bambini Fiabe d’api, per cui realizza le illustrazioni e il layout.

Si avvicina alle questioni LGBT durante il periodo trascorso in scambio presso la Michigan University, nel 2015.
Da allora il suo lavoro a livello artistico e accademico si focalizza sulle questioni di genere e gli orientamenti sessuali, con particolare enfasi sul rapporto tra genitori e figli nelle famiglie ex-eteronormative.

Contatti:
fb: Clara cloro
www.claragargano.com

lunedì 17 marzo 2014

Dada Tambourine - Arts, performing & more -






18 marzo 2014



Tare vs Fope

Due entità anomale a confronto

- TARE:
Classe '81, writer milanese che inizia il suo percorso artistico a 15 anni, influenzato dal libro "subway art ", pietra miliare dell'arte dei graffiti. Presto folgorato dalle potenzialità comunicative di questo linguaggio nell'ambiente urbano, affianca la produzione di opere realizzate tecniche più tradizionali, come la pittura a olio e tecnica mista con materiali di riciclo quali cortecce, trucioli, vernici, smalti.
Le sue opere ad oggi rappresentano l'enstensione stessa del supporto murario: segni, colori e forme riempiono spazi vuoti in cui il supporto stesso diviene il background su cui agire.

- FOPE:
Information is not available.


SHOWCASE [rap / hip-hop ]:
- Jay e Cloz;
- Olly Nada;
- Wiskiman;
- Dani Bro.

DJ SET [hip-hop / electronic / abstract / future beat ]
- Big Hands;
- Nastri Meccanici.



Al Tambourine, nuovo appuntamento a cadenza mensile:
DADA TAMBOURINE, dedicato agli artisti e agli appassionati di linguaggi espressivi.
Call for Artist: pittura, scultura, installazioni, performance.
Per info e adesioni: saralessandrello@gmail.com

ingresso gratuito con tessera Arci

ARCI TAMBOURINE
Via Carlo Tenca 16, Seregno (MB)
www.tambourine.it

evento FB
https://www.facebook.com/events/229715237226367/?ref_dashboard_filter=upcoming

vedi anche
http://lastanzaprivatadellarte.blogspot.it/2014/01/dalla-mente-di-sara-alessandrello-dada.html



martedì 11 febbraio 2014


La stanza privata dell'arte by Roberto Milani: Dalla mente di Sara Alessandrello: Dada Tamburine!...: Che cosa avrà preparato, questa volta, quella mente vulcanica di Sara Alessandrello? Un appuntamento con cadenza mensile, per sottolinea...

sabato 22 dicembre 2012

DECALOGO saltuariamente ragionato DELL'ESPLORATRICE:



   I. L'esplorazione, più che hobby o lavoro, è un modo di vivere;

  II. La curiosità è un'arma a doppio taglio, impara a farne buon uso; 

 III. Non evitare i personaggi stronzi, loro forse non lo sanno ma 
      potenziano le tue abilità; 

 IV. I vizi sono una buona strada per avvicinarsi agli altri e le virtù che pensavi   
      di non possedere per niente possono germogliare dal suolo più difficile; 

  V. A volte l'esplorazione è una para, trova un finale alla para e passa a nuova   
      esplorazione; 

VI. Il tempo, ahimé, è un bene prezioso: se fumi il tabacco, rollati le sizze la   
      sera prima, fra una puntata di qualcosa o il programma con qualcuno; 

VII. Impara a conoscere i tuoi interlocutori indipendentemente dall'ottimismo   
       di base che speri ti possa guidare sempre in strabilianti scoperte:  
       approfondisci e pensa al gioco degli scacchi; 

VIII. Mangia, anche Tarzan fa colazione prima di prendere l'elefante delle 8.00; 

 IX. Il cambio di prospettiva è importante almeno quanto quello delle mutande; 

  X. Non avrei mai pensato di arrivare alla fine del decalogo,
      non mi resta che augurare buon viaggio e/o buona pausa caffè. 

Foto di Francesco Capponi.

giovedì 13 dicembre 2012

La stanza privata dell'arte by Roberto Milani: S E T a Desio... da una idea di Sara Alessandrello...

La stanza privata dell'arte by Roberto Milani: S E T a Desio... da una idea di Sara Alessandrello...: Una bella iniziativa a Desio, voluta da Sara Alessandrello e sostenuta dal Dr. Lemme, per valorizzare arte e cultura... e ci sono anche Davide Genna, Filippo Borella e tanti altri...da non perdere!

LA ISLA GRANDE

Cominciamo con i numeri:
8 - gli anni di attesa, anni in cui ci si ripeteva: “Magari, l’anno prossimo…” ;
6 - del mese di agosto 2012, la partenza;
25 circa - le ore di volo totali;
18 – i giorni di permanenza;
3180 - i km percorsi in auto.


Aeroporto Jose Marti, ore 11 di sera, caldo umido e gambe pesanti. Non vediamo né capiamo nulla, non ci rendiamo conto di essere arrivati.
Ci accoglie Maria, ci conduce a casa. Dobbiamo dormire. Il risveglio ancora più traumatico: siamo all’Havana ma mentalmente ancora a Milano.
Plaza de la Catedral


Habana Vieja, Malecon, Plaza de la Catedral, Faro del Morro, i murales di Che Guevara e della Revolucion, la Bodeguita del Medio, la eco dei racconti di Hemingway…
A piedi o in auto, occhi al cielo, abbigliamento leggero e macchina fotografica. Non serve altro.
Malecon


Baia dei Porci
Si riparte, destinazione zona più umida della Isla Grande: Ciénaga de Zapata, Playa Larga. 
Riserva naturale, rifugio di rare specie di uccelli e culla faunistica ricca e diversificata.
 

Difficile ambientarsi, il caldo ci opprime ma l’avventura all’interno del parco naturale è magica.
Baia dei Porci: spiaggia deserta, ancora ben visibili resti di trincee e relitti di navi americane. L’atmosfera è surreale.

Riserva naturale



Si riparte. Tappa a Cienfuegos, “Perla del Sur” e patrimonio dell’Unesco. Abbiamo solo il tempo di un panino e una Bucanero: il viaggio è ancora lungo.

Trinidad
Eccoci a Trinidad: al tramonto la città è un tripudio di colori e l’atmosfera è da brivido lungo la schiena. La nostra casa è accogliente, in perfetto stile coloniale, i padroni di casa deliziosi. Trinidad è tradizione, musica in piazza, visi che ti scrutano dalle inferriate, mojitos, odore acre di fieno e letame, vicoli ciottolati.
 

Vorremmo rimanere qualche altro giorno ma decidiamo di montare in macchina di primo mattino. Il desiderio di visitare quanti più luoghi possiamo è forte…
Piazza di Las Tunas
Tardo pomeriggio arrivo a Las Tunas: regione meridionale poco turistica. Anche qui i colori della piazza principale e delle case particulares coloniali ci lasciano a bocca aperta. Trascorriamo i giorni forse più divertenti: ci innamoriamo della cittadina e dei nuovi amici e soprattutto godiamo della compagnia di un gruppo di eccellenti artisti che suona tutte le sere per noi!

monumento a Che Guevara




E’ arrivato il momento di risalire l’isola. Dopo un paio d’ore di viaggio ci fermiamo a Santa Clara: l’immensa piazza è sovrastata dalla statua di Che Guevara. C’è silenzio e raccoglimento: chiudendo gli occhi quasi si odono le grida dei guerriglieri i cui visi e le gesta sono scolpiti sulla pietra.
 









Percorriamo altri 200 km e arriviamo a Varadero: qui la vera Cuba si perde tra resort di lusso e discoteche alla moda ma riusciamo a goderci gli ultimi 4 giorni di puro relax: spiaggia, mare, sole.
L’avventura volge al termine. Torniamo a Milano…
Tutt’oggi ci poniamo una domanda: quando ritorneremo?!


Anna V





giovedì 22 novembre 2012

Vallée d'Aoste: cavalerie de Challant Vol. 2

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Il giorno dopo, la sveglia suona presto e mi precipito a fare colazione: in programma c'è un giro ad Aosta centro.
La Piazza Émile Chanoux è situata nella zona centrale della città, da questa dipartono via Jean-Baptiste de Tilliere e via Porta Prætoria: il percorso è bellissimo, l'atmosfera è da antico borgo, con vicolini stretti adiacenti, negozietti tipici e moderni.

Dopo qualche acquisto di prodotti locali, riprendo l'itinerario medioevale: visita all'ultimo castello nella cittadina di Fenis.

Diversamente dagli altri castelli costruiti per scopi bellici e di difesa, non è situato sulla sommità di un promontorio, bensì su un lieve poggio.
La sua funzione, infatti, in contrasto con l‘apparato difensivo, è stata unicamente quella di sede prestigiosa della famiglia Challant.
Il castello ha pianta pentagonale con doppia cinta muraria; gli angoli sono muniti di torrette circolari, con funzione di vedetta, infatti presentano feritoie per archi e balestre.

Curiosi i piccoli volti demoniaci scolpiti nei vari angoli dell'apparato, utili a respingere spiriti o presenze indesiderate.
Nell'atrio principale viene raffigurato San Giorgio, santo protettore degli ordini cavallereschi e quindi simbolo di potenza e giustizia, ai lati troviamo uno stanzino di guardia e uno dedicato alla riscossione tributaria dei contadini del feudo.
I piani sono tre, come a Verres, i locali molto simili, sola esclusiva è una grande cappella interna, con la Crocifissione dietro l'altare e un dipinto della Madonna di Misericordia che accoglie sotto il manto diversi membri della famiglia Challant; ai lati di questa raffigurazione sono rappresentati gli apostoli e vari santi a figura intera (tutti rigorosamente del 1400).

Finito il tour interno mi viene concesso un ultimo giro in solitudine lungo le mura esterne del castello, alla vista di merlature e merletti, non resisto e scatto qualche foto per rallegrare il mio spirito "nerd medioevale".



Il viaggio è ormai arrivato alla sua conclusione, mi avvicino alla macchina felice e pienamente soddisfatto pronto per tornare a casa, mi guardo attorno; verde, azzurro, là nel cielo, là nelle valli, nei boschi in lontananza, tale il senso della natura e del divino, ancora un'ultima ricerca di vedute che appagano e che già lasciano un senso di nostalgia di quella magnifica atmosfera della Valle d’Aosta.
Post di Davide Riva.

giovedì 8 novembre 2012

Vallée d'Aoste: cavalerie de Challant Vol.1

Le montagne variopinte di colori autunnali che scendono a picco lungo i cigli dell’autostrada, i primi forti di pietra sulle alture, l’aria che diventa più fresca e raffinata, un paesaggio dove la natura afferma ancora il suo dominio territoriale: questo è il semplice e intenso dipinto che mi introduce in Valle d’Aosta.
      La mia visita, di due giorni, ha il semplice scopo di percorrere la linea storica medioevale del paese, ma il Parco Nazionale del Gran Paradiso, il Monte Bianco, il Monte Rosa, insomma, tutta la magnificenza della catena delle Alpi Graie, appare prepotentemente davanti i miei occhi, segnalandomi un altro splendido senso di esplorazione della zona.


Appena varcati i confini regionali appare il Forte di Bard, la mia prima “epica conquista”: un suggestivo complesso fortificato sulla rocca che sovrasta la cittadina, attraversata a sua volta dall’impetuoso e freddo fiume Dora Baltea.
La Fortezza prende il nome dall'omonimo comune, i primi costruttori furono i Signori di Bard
(XI secolo, nel pieno Medioevo), eredi di una antichissima famiglia comitale della Lorena: la struttura era importante dal punto di vista strategico perchè garantiva il controllo dell'intera valle, all'epoca unica via di passaggio.
Successivamente (durante il XIII secolo), passerà in mano alla Contea di Savoia, trasformata nel XV secolo in Ducato, area presidiata dalla famiglia feudataria del Regno di Borgogna.
          Fino al XIX secolo fu in possesso della nobile dinastia e quindi protagonista di molte vicende e conflitti nelle diverse epoche, per poi essere acquisito nel 1990 dal patrimonio regionale. L'omonima casata instaurò, nell'odierno territorio, la Contea di Aosta, la quale fu controllata dai fedeli visconti Challant, costruttori dei maggiori castelli presenti nel dipartimento e protagonisti del mio itinerario.

Dopo la prima tappa, avanzo verso il castello di Verres; cinta fortificata con ponte levatoio mi accolgono all'entrata della costruzione e, varcato il portone di ingresso, ideato con chiodi resistenti ad attacchi con arieti, arrivo in un androne difeso da una caditoia installata a soffitto.
        Entro nell'atrio principale; in mezzo è posto un pozzo per raccogliere la pioggia, la pavimentazione si inclina di livello fino al centro dell'area per raccogliere tutta l'acqua all'interno della cisterna.
         Intorno alle mura appare una lunga scalinata che percorre tutta l'altezza dell'edificio, il senso di salita è di tipo orario e gli scalini di grande spessore. Secondo le parole della guida, si tatta di un ingegnoso metodo per rendere faticosa l'ascesa del nemico: il verso di percorrenza impone allo scudo (sempre impugnato con la mano sinistra) di chiudersi verso il muro, i passi molto lunghi da compiere erano difficoltosi dato il peso imposto dall'armatura.
         Il primo piano apparteneva ai cavalieri, nel secondo alloggiava Ibleto di Challant con consorte, mentre nell'ultimo i sudditi al servizio dei regnanti.
Le porte delle stanze presentano tutte uno scalino in discesa molto grande, sempre per incentivare la caduta del possibile invasore, i battenti chiodati e di grande profondità impedivano immediati abbattimenti.
        Il sistema di riscaldamento nella maggior parte dei castelli, è il medesimo: i locali dei signori presentano camini propri, mentre la cucina, costruita sempre in mezzo al pian terreno, riscalda attraverso un grande forno un vano che percorre in altezza tutto il castello, fornendo su tutti i piani una mite temperatura. Uscito da Verres, entro nella cittadina di Issogne, nonché nome del maniero della famiglia Challant.
        A differenza della visita precedente, mi trovo all'interno di una dimora signorile: le costruzioni difensive lasciano il posto ad un curato cortile con sculture e affreschi autentici del 1300, raffiguranti la vita di corte.
        Curiosi alcuni graffiti scolpiti sulle mura, dediche lasciate dagli ospiti del tempo, alcuni elogi per i padroni di casa, altre di corteggiamento verso le donne della contea (grandi marpioni). Qui l'atmosfera è più casalinga,i proprietari alloggiavano in stanze più comode e signorili, all'interno di ognuna c'é un piccolo ambiente dedicato al culto di santi.
        Importante la camera della Giustizia, dove si amministrava la vita della contea: sulle pareti sono raffigurati vari paesaggi nel mondo, animati da scene di vita contadina e cortese che evidenziano la vena cosmopolita della famiglia Challant.

La visita volge verso la conclusione e letti, cucine, affreschi di salumi e carni appese ad essiccare, mi fanno riflettere sul fatto che devo trovare un alloggio e cibarmi, il sole sta per calare.
        Percorro la strada che mi porta verso il capoluogo e il tramonto che appare lungo il tragitto è indescrivibile, non trovo le parole giuste, sono quei flash che ti rimangono nella mente, utili poi per fantasticare su come possa essere fatto il paradiso.

Trovata dimora notturna, vado alla ricerca di una pizzeria dove guardare in tv i miei cavalieri sul campo di calcio, venti minuti a piedi e nessun locale con SKY :-( , la speranza è scomparsa. Ripiego in un'osteria tipica del posto con spade, asce, scudi ed elmetti sulle pareti, rimango in tema gita e scopro di non pentirmene per nulla.
        Menù: antipasto della casa di salumi e formaggi valdostani, primo con risotto lumache e funghi, come secondo carpaccio in salsa balsamica, mezzo litro di vino (Nus rosso) e finale con frittelle di mele inzuppate al miele (energia pura!). Durante le portate scambio qualche parola con il ristoratore, parliamo di cibo, dialetti tipici (tra l'altro molto particolare, mescolato al francese) e alcool, l'ultimo tema molto allettante e pericoloso, mi vengono offerti a fine cena due bicchieri di grappa all'assenzio prodotta in casa, quindi concludo la serata allegro e vado a letto accompagnato a braccetto da Dioniso!
Post di Davide Riva.

martedì 16 ottobre 2012

UK …in poche righe

Le note dei Keane, i colori di Atkinson Grimshaw, cieli di piombo che non danno tristezza, ma ti si piantano nel cuore e non se ne vanno più. Queste sono l’Inghilterra e la Scozia. Queste sono le terre che con il nostro viaggio di nozze non sono state più un sogno. 1200 km di meraviglie, da Londra a Inverness. Naturalmente in auto, con la tensione di guidare per luoghi sconosciuti e, soprattutto, dall’altra parte della strada… Ma che importa? Ciò che vedi ti fa dimenticare tutto! Volano, i primi tre giorni nella capitale del Regno Unito. Cielo blu e trenta gradi. Più che seguire mappe e cartine, quello che vogliamo è perderci per le vie, le piazze, godendo l’atmosfera di una città straniera. Otto milioni di abitanti si sentono, ma altrettanto la bellezza di edifici e vecchi pub, negozi improbabili e unici. Imperdibile il British Museum. Gratuito! Ma imperdibile ogni cosa, via: dalle case operaie in mattoni rossi ai palazzi della borghesia del XIX secolo. Echi di Storia emergono ovunque e regnano sovrani. Per fortuna. Si parte alla volta del sud-ovest; destinazione Salisbury. Le cittadine della Gran Bretagna sono così dignitose e curate da far impallidire il nostro pur Bel Paese; potresti chiudere gli occhi e fotografare dove ti capita, il risultato sarebbe comunque garantito. E questo è quello che cerchiamo e apprezziamo dei luoghi britannici: non il tal luogo segnalato dalla guida e mantenuto bene per i turisti, ma la cura pressoché uniforme che avvolge ogni pietra, ogni lampione o insegna, dalla nota località al villaggio sperduto. L’itinerario prosegue per Stonehenge, quindi Earlstock, minuscolo abitato rurale da “An American Werewolf in London”, con tanto di pub dalle travi annerite e casette a graticcio. Ah, dimenticavo le colazioni: naturalmente a base di bacon, uova, burro e marmellate fatti in casa, ma anche funghi, salcicce e altro ancora… per scelta soggiorniamo in Guest Houses, posti molto simili ai Gîtes de France. Il viaggio continua in direzione Bath, località termale nota sin dall’antichità; nello splendido centro si ergono rovine e colonnati del fu impero romano. La tinta ocra della pietra con cui sono costruiti gli edifici ci accompagna per tutto il tempo, così come bovindi e finestre a riquadri bianchi. Ci spostiamo questa volta più a est, tornando verso il centro del Paese, nel cuore agreste di quelli che sono i luoghi che più abbiamo amato: i Cotswolds. Un autentico mondo a parte. I Cotswolds sono una serie di villaggi situati in una regione collinare verdissima, dove nel XIV secolo si commerciava la lana. Se si vuole avere un’idea dell’Inghilterra nella sua antica anima rurale, non vi è luogo migliore. Bibury, Burford, Castle-Combe, Snowshill – solo per citarne alcuni – lasciano senza parole. Stavo per cominciare a descriverli, ma – come si dice – un’immagine vale più di mille parole…
E ora, destinazione Scozia! Un bel viaggetto, non c’è che dire… da Nottingham a Carlisle sono più di settecento km. Verso il distretto dei laghi cominciano a campeggiare in autostrada grosse indicazioni con scritto “The North”. Si attraversano ancora brughiere e colline solcate dagli antichi enclosures, delimitazioni medievali in pietra a secco a perdita d’occhio. E alla fine il nord lo è per davvero. La strada si trova a tagliare le immense, infinite distese delle Highlands. Colline brumose, interminabili, di un verde mai visto prima e – no, non è un’esagerazione – che ti toglie il fiato. Si spegne il motore dell’auto, si scende in un silenzio rotto solo dal suono dal suono di una cornamusa che si perde nell’aria fredda.
Mallaigh con il suo oceano cupo nel tardo pomeriggio, Inverness con il mercato vittoriano coperto, le quiete strade di Perth, le scogliere senza tempo e le rovine di silenziosi manieri. Assolutamente da vedere il Tantallon Castle, a picco sull’oceano, con stormi di gabbiani che attraversano il cielo. Incantevole! E non si può non provare il piatto tipico scozzese, l’Haggis, interiora cotte nello stomaco di pecora (disgustoso a dirsi, squisito a mangiarsi). Infine, Edimburgh. Dovessero domandarci cosa abbiamo preferito fra Londra ed Edimburgo, il posto d’onore spetterebbe senza dubbio a quest’ultima. Spettacolare sotto tutti i punti di vista, dall’arteria centrale, la Royal Mile, fino alle traverse più solitarie e deliziose. Da non perdere una discesa nella Edimburgo sotterranea, visitando il Mary King’s Close, testimonianza dell’antica città popolare. Per questa ultima meta ci siamo concessi il George Hotel; magnifico. I giorni sono passati troppo infretta, ma rimasti nel cuore. Ritornare è dura! Dopo i Cotswolds e le Highlands, niente sembra più come prima. E allora ti dici: che ci faccio a Desio? Testo e fotografie di Michele Ranzani

mercoledì 24 novembre 2010

La bambina di Hiroshima

“Apritemi sono io…
busso alla porta di tutte le scale
ma nessuno mi vede
perché i bambini morti nessuno riesce a vederli.

Sono di Hiroshima e là sono morta
tanti anni fa. Tanti anni passeranno.

Ne avevo sette, allora:

anche adesso ne ho sette perché i bambini morti non
diventano grandi.

Avevo dei lucidi capelli, il fuoco li ha strinati,
avevo dei begli occhi limpidi, il fuoco li ha fatti di vetro.

Un pugno di cenere, quella sono io
poi il vento ha disperso anche la cenere.

Apritemi; vi prego non per me
perché a me non occorre né il pane né il riso:
non chiedo neanche lo zucchero, io:
a un bambino bruciato come una foglia secca non serve.

Per piacere mettete una firma,
per favore, uomini di tutta la terra
firmate, vi prego, perché il fuoco non bruci i bambini
e possano sempre mangiare lo zucchero.”

Nazim Hikmet

domenica 20 giugno 2010

Diario dal Sol Levante n°12

13 Maggio


Il bel tempo mi obbliga ad andare a visitare la Tokyo Tower, che è appunto una torre alta 333 metri da cui vengono trasmesse, in tutto il Giappone, le frequenze televisive.

Non si può però liquidarla come una semplice antenna televisiva, come la nostra bella antennona mediaset, in quanto al suo interno vi sono ristoranti, negozi, musei (tipo quello su Maichael J. e dei Guinness dei primati), ma soprattutto ci sono 2 punti d'osservazione panoramica, a 150 e 250 metri, da cui si sovrasta l'intera capitale nipponica.

Ah, la Tokyo Tawa (detta alla jappo) è perennemente meta di scolaresche e comitive di turisti (stranieri e non).

Dopo aver goduto dei 2 punti panoramici, rigorosamante a pagamento, mi svacco in un parchetto ai piedi della torre (i musei non li ho visistati perchè costavano un po' troppo).

Qui mi imbatto in un personaggio assai particolare, che potrei definire come la prima robbosa incontrata in Giappone,Tomi-san.

Una ragazza di 25 anni che, seduta da sola su una panchina alle 2 del pomeriggio, beve da sola una bottiglia di vino rosso dalla dubbia qualità.

Mi dice che studia filosofia e che sta provando a imparare un po' d'inglese...chiacchieriamo un po' in mezzo jappo-eng, quando si avvicina un ragazzo che vuole intervistarci, perchè convinto di aver trovato una coppia interraziale.

Dopo questa buffa parentesi, ci facciamo un giro nei parchi lì vicino ed andiamo ad Ikebukuro per bere qualcosa e perchè è lì che ho appuntamento con Davide e Ken-san per andare a fare una lezione di Jujitsu.

Tomi mi porta in un pub Irish, dove mi fa ubriacare nel giro di 15 minuti=arrivo in ritardo all'appuntamento con Davide e Ken=non prendiamo parte alla lezione di Jujitsu=Ken fa una figuara di merda, ma io di più.

Andiamo a tirarci su di morale in una salagiochi dove restiamo fino alle 22.30 (sono posti fighissimi ma pericolosi, in quanto perdi molto facilmente la notizione del tempo e rischi di spendere un casino di soldi).

Assolutamente paradossale il fatto che in una salgiochi, ultra tecnologica e fantascientifica, il primo gioco che collaudiamo sia Mario Kart :P comunque figata...Dopo ore di rumori, di spari, sgommate, imprecazioni in giapponese, tintintitn delle macchinette di Pachinko (il Giappone ne è ormai invaso), tornare a casa non mi dispiace poi tanto:)


Mattia

Diario dal Sol Levante n°11

12 Maggio

Oggi Ueno!
E' senza dubbio uno dei quartieri piu' belli di Tokyo ;)
Arrivo alla stazione senza problemi e vado subito alla vicinissima Ameyogo, una via piena di bancarelle e negozi e colorati dove puoi trovare di tutto, spiedini di frutta (più o meno esotica) cosmetici, vestiario, carne, pesce (freschi o essiccati) musica, antiquariato e ninnoli vari (di dubbio gusto).
La via è frequentata da arzille vecchiette ricurve su se stesse, salary men, studenti e qualche turista. La stradina, che sostanzialmente è una via tutta diritta (cosa che apprezzo non poco perchè perfino per me è difficile perdermi) è caratterizzata da un'atmosfera gioviale e rillassata.
Soddisfatto da come si sta evolvendo la giornata decido di andare a visitare il tempio di Kanda che è poco distante, quello da cui sono partiti, per poi farvi ritorno, i carri immortalati durante il Kanda Matsuri.
Incredibilmente arrivo a destinazione!
Dopo un po' di sano cazzeggio mi metto alla ricerca del parco di Ueno, che essendo immenso credo di riuscire ad individuare abbastanza facilmente...cazzata.
Vago per un'ora e mezzo nell'assoluta covinzione di essere sulla strada giusta, per poi sentirmi dire da un passante che ho cannato in pieno. Con calma torno sui miei passi determinato e fiducioso.
Mi perdo di nuovo.
Nel mio errare però mi imbatto nell'università di Tokyo, un complesso immenso che mi ricorda molto le università britanniche e in un cimitero deserto, dove si aggira solamente un monaco che evito di infastidire con domande probabilmente incomprensibili.
Finalmente, dietro indicazione di un paio di omini che non ho ancora ben chiaro che cosa stessero controllando (effettivamente in Giappone ci sono moltissimi "controllori"di qualcosa).
Arrivo al parco di Ueno.
Inutile dire che è un parco molto bello ed affollato, ricco di cose interessanti e curiose, come il laghetto in cui puoi affittare un cigno di plastica (rosa o bianco) e farti un giretto con l'amata, laghetti colmi di piante acquatiche e diversi tipi di uccelli, uno zoo (il più grande?e antico di Tokyo) in cui però non sono entrato, molti templi (shintoisti e buddisti) e svariate statue raffiguranti principi e altri soggetti che non però capito chi fossero.
La giornata viene però guastata dal mio piedi sinistro, che continua a darmi da pensare e da una lente a contatto in lotta con il mio occhio (nonostante il copioso utilizzo delle lacrime artificiali).
Torno quindi a Shinjuku e poi a Chitosekarasuyama, non prima però di aver chiamato Davide per organizzare un'uscita.
La serata la trascorro a casa, soddisfatto ma sfiancato dalla lunga giornata.

Mattia

lunedì 31 maggio 2010

Diario dal Sol Levante n°10

11 Maggio

Oggi è il primo giorno di pioggia. Le case giapponesi sono molto fredde sia per i materiali usati sia per il fatto che per casa vedo una serie di stufe (tutte spente, evidentemente loro ci sono ormai abituati). Il brutto tempo mi da modo di studiare tutta la mattina (meno male)

Per pranzo vado a Shinjuku, dove incontro Norie san e delle sue amiche, 4 signore molto simpatiche, 3 giapponesi di cui 1 parla un po' d'inglese ed una signora indonesiana che parla 15 lingue e mi da un po' di consigli su come approcciare il nihon go :D

Andiamo a mangiare in un ristorante koreano al 400° piano di un mega centro commerciale (ci mettiamo quasi un quarto d'ora per salire). Il cibo è molto buono, servito in una ciotola incandescente, di un materiale che sembra ghisa. Una nota di colore è offerta dal menù che mette in evidenza come il cibo koreano sia letalmente piccante. Infatti di fianco ad ogni cibo mettono un tot di peperoncini, più peperoncini ci sono più letale è il piatto e se non dovesse bastare, sul tavolo c'è una salsa vulcanica.

Finito di mangiare decido di fare la chiavica e di dedicarmi allo studio, visto che in questi giorni sono sempre stato in giro. Nel tardo pomeriggio gli Shimada mi comunicano che ceneranno fuori, quindi per me si prospetta la prima serata divano, ramen, birra e rutto libero del soggiorno giapponese.

A parte essermi ustionato la lingua a causa del ramen istantaneo (devo ancora affinare la tecnica, la lingua mi pulsa ancora), ho avuto modo di familiarizzare con uno strumento culturale che fino a questo momento avevo trascurato: la tv.

Mattia

Diario dal Sol Levante n°9

10 Maggio

Buona parte della mattinata è dedicata allo studio, poi mi dirigo al parco di XXX vicino alla stazione di XXX, sebbene il tempo non sia dei più belli il parco mi piace parecchio (mi è stato suggerito sia dagli Shimada che da Junko san, grazie alla quale usufruisco di uno sconto del 20%).

Giro ben bene il parco e poi mi dirigo nel quartiere di Gianza (Montenapoleone), qui ci sono un'infinità di marche prestigiose: entro solo nel grande apple store perchè per il resto sia i costi che gli articoli non mi allettano. Qui vedo anche molti stranieri presi a fare compere. Per il pasto mi sparo 2 panini dal contenuto ancora ignoto ed un tè verde niente male (88 yen!). Faccio un salto a Shinjuku e finalmente mi installo msn.

La serata si conclude con le solite scene che sfiorano il cannibalismo, poi studio e per la prima volta Bsg!

Tristemente constato che stringere legami amichevoli con qualcuno che non sia tra i nomi propri citati in precendenza è un'impresa desolantemente improbabile, sia per la mia scarsa conoscenza del giapponese, sia per il carattere un po' chiuso delle persone che incontro.

Vedremo.

Mattia

Diario dal Sol Levante n°8

9 Maggio

Riscontro che i miei ritmi circadiani sono andati a farsi fottere, infatti mi sveglio tutte le notti ad orari casuali ed ho sempre fame. La mattina inizia con una colazione abbondante e nutriente (come sempre) ed esco per le 9.30, oggi infatti incontro ancora Junko-san. Ci diamo appuntamento nel luogo dell'altra volta anche se mi perdo all'ultimo e ritardo di 10 minuti (pensavo peggio anche se in realtà mi ero illuso di riuscire a non perdermi almeno questa volta, visto che qui ci ero già stato).

Oggi è un giono speciale, perchè, oltre ad essere la festa della mamma (sia in Italia che in Giappone), oggi è anche il giorno del Kanda Matsuri, cioè la processione di un carro, apparentemente pesantissimo, che viene portato a spalla per diverse strade di Tokyo. Inoltre, quest'anno, essendo trascorsi 700 anni dalla morte di uno Shogun a caso (scusate ma ho sonno, nel caso c'è wiki) c'erano non uno ma due carri, che per la religione shintoista conterrebbero l'essenza di due diviità, tra cui quella del suddetto Shogun a caso. Portandoli per Tokyo, i devoti sperano che possa essere un anno glorioso e radioso per tutta la nazione. E' stato particolarmente bello vedere le persone visibilmente contente di prendere parte a questo rito ed ammirare in una volta sola una miriade di abiti tradizionali. Gli abitanti di ogni quartiere della città, interessato dal passaggio del carro, sfoggiavano un diverso completo con tanto di nome della casata sulla schiena...figata :)

Lasciata la cerimonia, io e Junko-san ci siamo diretti a mangiare un buon okonomiyaki. Infine siamo andati al tempio di Kanda, un luogo molto bello, vivace e colorato, da cui erano partiti ed in cui sarebbero ritornati i due carri.

Saluto quindi Junko-san e torno a casa, dove studio un pochino prima di sedermi a tavola, dove oggi è riunita la famaglia Shimada al completo, è domenica!

Durante la cena scopro che:

il fatto che il mio nome finisca in A li ha sconvolti parecchio "ma è da donna" ed il mio "ma certo, è un nome bisessuale" credo che non li abbia aiutati;

il peperoncino jappo non è piccante;

Aru-Chan mi adora (il nipotino degli Shimada che ha 2 anni);

che tutti i bambini del mondo amano fare la pappetta con il gelato.

Finita la cena chatto un po' e mi metto a resocontare...così quando torno non mi potrete cazziare.

Ah auguri a tutte le mamme, soprattutto alla Mia!

Mattia

Diario dal Sol Levante n°7

8 Maggio

Di buon mattino mi reco ad Harajiku, dove son già stato (Meji shrines vi dice nulla), alla ricerca dei famosi cosplay, ma di loro nemmeno l'ombra...scopriro' poi che forse si ritrovano la domenica e non il sabato. Vengo comunque depistato da un gruppo di giovani scolari ad Akihabara, dove questa volta con estrema calma mi aggiro per diverse stradine ed infine faccio qualche acquisto al book off, un posto dove puoi comprare un sacco di roba di seconda mano a prezzi ridicoli.
A pomeriggio inoltrato raggiungo Shinjuku, dove decido di andare al mio primo concerto metallaro in Japan. Quindi prima fermo gente a caso e mi faccio indicare dove si trova l'Antiknock, locale dove avra' luogo il concerto, ma in realta' vengo condotto fino all'ingresso del medesimo.
Accertatomi dell'esatta ubicazione del club visito prima il tempio XXXXX, che si trova proprio nel cuore di Shinjuku e poi faccio una sosta al mitico Yoshinoya, dove consumo un rapido ed economico pasto.
Si e' fatto tempo per il metallo, quindi entro nell'Antiknock, un locale piccolissimo, che per meta' e' occupato da gadget vari ed eventuali che il pubblico puo' acquistare e dove e' inoltre possibile fumare.
In totale spendo 3100 yen, una manata in faccia, visto che per il momento le mie spese giornaliere non hanno superato i 1500, comunque mi dico (non troppo convinto), che e' sabato, quindi va bene.
Tanto per capirci le note piu' interessanti della serata, oltre i gruppi che mi sono piaciuti molto, sono state:
la strategia nipponica di distribuzione dei volantini (infatti in Italia noi li posizioniamo nei punti strategici del locale quindi a caso, sperando che il consumatore si soffermi a leggerli; mentre qui, dopo che hai pagato all'ingresso, infilano il tuo free drink in mezzo a 40cm di volantini che gentilmente ti consegnano);
i 5 americani caga cazzo che ovunque vai si fanno riconoscere (americani, non italiani);
i primi 2 contatti autoctoni e spontanei che mi hanno rivolto la parola, sono due ragazze jappo (estremamente carine) che pero' si sono poi dileguate.
Vuoi per la barriera linguistica, vuoi per la mia espressione inebetita e allupata.
Afflitto da questi due contatti sfumati, ma al contempo galvanizzato torno a Chitose Karasuyama.

Mattia

Diario dal Sol Levante n°6

7 Maggio

Mi sveglio alle 8.45, decisamente più tardi del solito, convinto di andare a svaccarmi tutto il giorno in un parco dalle parti di Ginza, ma il tempo è un po' una merda ed il mio piede sinistro sta implodendo, quindi svolgo un po' di sbatta casalinghi e vengo a sapere da Norie-san che il museo Ghibli è poco distante da qui (15 minuti d'autobus) e ci vado: nulla di incredibile, ma è comunque piacevole e divertente.

Particolarmente apprezzabili sono i giochi di luce strobo, che permettono ad una serie di splendide miniature, di animarsi magicamente sotto gli occhi dello spettatore, oppure le inquietanti pile di disegni svolti da Miyazaki & Co. per dare alla luce Ponyo (sono alte tipo 2 metri).

Infine molto bello lo spettacolo con cui ho concluso la mia visita, cioe' un corto animato di circa 15 minuti, il cui titolo se non ricordo male è matane, che mostra in modo assolutamente geniale le vicessitudini di una giovane che cammina al fianco delle forze della natura (non ci avrete capito una mazza ma il corto è cosi').

Il resto del pomeriggio (e forse anche la sera) lo dedico a strippi burocratici e linguistici.

Mattia

Diario dal Sol Levante n°5

6 Maggio

Alle 10 sono sul treno per Shinjiku.
Inizialmente pensavo di andare ad Asakusa, ma ho deciso di andare prima al governative buildings per avere una visione panoramica di Tokyo e poi a Shibuya, la stazione nota per essere frequentata dalle giovani alla moda che si danno appuntamento davanti alla statua di Hachiko.
Nel quartiere del governative buildings ci sono grattacieli incredibili, che però vengono sovrastati dall'edificio in cui mi trovo ora che raggiunge i 202 metri di altezza grazie ai suoi due punti d'osservazione (sud e nord, anche se oggi quello a sud è chiuso). All'interno del punto d'osservazione a nord ci sono un paio di negozi ed un bar che diffonde musica jazz per allietare i visitatori. Io preferisco l'ipod e mi va bene...parte "Universo" di Cristina Donà che mi pare preciso preciso per una bella visione dall'alto della città :)
Ora mi trovo davanti alla statua di Hachiko, sono quindi arrivato a Shibuya!
Dopo aver fatto un servizio fotografico all'Akita-inu più famoso del mondo, telefono a Davide ed a Daisuke-san.
Daisuke lo conoscete di già, mentre Davide è uno dei due ragazzi italiani che ho incontrato all'aeroporto di Shanghai, a cui, a causa della mia babbaggine avevo dato un indirizzo e-mail sbagliato. Comunque aspetto un po' a Shibuya, avendo così modo di vedermi sfilare davanti la più varia umanità, fino a quando non ci siamo tutti ed andiamo a mangiare qualcosa di veloce, economico e sfizioso=Yoshinoya=fast food giapponese, che mi è piaciuto assai ed in cui tornerò molto volentieri anche perchè la prossima volta mi daranno in omaggio del miso ed un uovo crudo.
Segue quindi un bel giro di Shibuya che è sempre incredibilmente trafficata. Il punto forte di questo quartiere credo sia l'alta concentrazione di negozi di musica e vestiario occidentale, che chiaramente attira orde di ragazzi e ragazze jappo. In realtà siamo un gruppo un po' della minchia, nel senso che i miei due accompagnatori, uno giapponese ed uno più giapponese che italiano, si perdono quasi con la stessa facilità con cui mi perdo io. Il risultato è quindi scontato: da Shibuya ci spostiamo ad Akihabara e da qui ad Asakusa...o meglio...pensavamo di essere ad Asakusa (un quartiere fenomenale che rappresenta l'anima antica di Tokyo, con i suoi templi e la famosa porta del tuono), ma in realtà scendiamo in una stazione periferica di Asakusa e ci dirigiamo verso la fabbrica dell'Asahi, che dovrebbe rappresentare un bicchiere di birra con della schiuma dorata sopra, ma per il mondo intero è molto più simile alla nuvola speedy di Goku oppure ad uno stronzetto dorato.
Alla fine raggiungiamo la nostra meta, che è vicinissima al palazzo in cui si svolgono i tornei di Sumo, ma per arrivarci ci mettiamo tipo tre ore a piedi ed è già buio. Allora mangiamo del ramen ad Asakusa (questa volta ci siamo veramente), cazzeggiamo un po' e ci salutiamo.
Torno a casa che sono le 22 e collasso penosamente...

Mattia